La Storia

Perché Africa + Italia?

 

Bella domanda.
La risposta potrebbe sembrare semplice, ma in realtà nasconde molte sfumature.

Avrei potuto concentrarmi solo sull’Africa — in particolare sulla Nigeria, il paese delle mie origini — con i suoi colori, i suoi profumi e i suoi suoni. Ma questa sarebbe stata solo una parte della mia storia.

Perché io non sono soltanto nigeriana.
Sono anche italiana, cresciuta con una forte sensibilità per l’arte, l’eleganza e la moda.

Per molto tempo, quando qualcuno mi chiedeva:
“Di dove sei?”
mi sentivo a disagio. Non sapevo mai come rispondere.

Spesso chiedevo:
“Vuoi sapere dove sono nata o dove chiamo casa?”

Oggi la risposta è più semplice:
sono italo-nigeriana.

Non sono soltanto una Lagos Girl.
Non sono soltanto una cremonese.
Sono entrambe le cose.

Crescere italo-nigeriana a Cremona

Crescere a Cremona e in provincia è stato un passaggio molto forte nella mia vita.

Ricordo ancora il giorno in cui siamo partiti dalla Nigeria:
i nostri vestiti colorati, le lacrime negli occhi di mia nonna mentre ci salutava all’aeroporto.

Poco dopo l’atterraggio, mia madre ci svegliò per farci indossare cappotti pesanti e impaccianti. Dovevamo restare al caldo.

Era un mondo completamente diverso.

Ricordo la prima palla di neve che mi colpì in faccia mentre giocavo con i compagni di classe.
Il mio primo piatto di fagioli con le cotiche.
Il primo Natale con panettone e pandoro invece che con jollof rice e suya.

Le prime crisi identitarie arrivarono con la musica.

Con gli amici dell’oratorio andavo ai concerti degli 883 e cantavo a squarciagola le loro canzoni.

Con gli amici di famiglia invece ascoltavamo Fela Kuti, King Sunny Adé o Salawa Abeni e ballavamo finché non ci facevano male i piedi.

A casa, con mia madre e i miei fratelli, ballavamo afrobeat.
Con le amiche invece pogavo ai concerti dei Punkreas.

Mi chiedevo:
quale delle due ero?

Poi una mia amica mi fece una domanda semplice ma potente:
“Perché devi scegliere?”

Fu allora che capii che non dovevo scegliere.

Potevo essere entrambe le cose.

Come le due facce di una moneta:
due mondi, due paesi, due modi di vivere — ma un’unica identità.

Un vero melting pot.

Come mi vedono vs come mi sento

Sin da piccola ho sempre amato i colori vivaci.

Giocavo con la macchina da cucire di mia madre o di mia nonna e creavo nuovi outfit per le mie bambole.
Poi dalle bambole sono passata a modificare i miei jeans con inserti di stoffe colorate.

Cucire, aggiustare, modificare non era più solo un gioco:
era diventato un modo per esprimermi.

Secondo mia madre i miei outfit erano “un pugno nello stomaco”.
E sembrava non fosse l’unica a pensarla così.

Una volta, alle superiori, la mia insegnante di ginnastica mi chiese se dovessi essere sempre così eccentrica.

Per un momento mi sono fermata davanti allo specchio.
Ho provato a immaginarmi secondo gli standard della società.

Poi accadde qualcosa.

Una ragazza mi fermò per strada e mi chiese dove avessi comprato i pantaloni che indossavo.

Quando le dissi che li avevo modificati io, vidi i suoi occhi brillare.
Mi chiese se potevo farne un paio anche per lei.

Chiesi poi un parere sincero alle mie compagne di scuola.

Le loro parole mi sorpresero:
interessante, bellissimo, glamour, vulcanico, speciale.

Non erano solo complimenti.

Erano il riflesso visibile della mia personalità.
Il riflesso di un’identità complessa.

Il mio stile, i colori, il mio modo di vestire non sono semplicemente una scelta.

Sono una conseguenza.
Sono il riflesso del mio mondo.

Africa e Italia: una tensione creativa

Le mie prime creazioni nascono accanto a mia madre e alla sua macchina da cucire.

Osservavo come da semplici scarabocchi su carta nascessero abiti splendidi che le sue amiche indossavano alle feste africane.

Abiti sempre più vivaci, elaborati e audaci.

Ma dentro di me c’era una domanda:

Perché questi vestiti dovevano essere usati solo per le feste?

Perché non potevano far parte della vita di tutti i giorni?

Così chiesi a mia madre di crearmi outfit africani anche per la domenica, per andare in chiesa.

Iniziai a modificare jeans e magliette per poterli indossare sia a scuola sia in altri momenti della giornata.

La svolta arrivò quando provai a cucire un pantalone con una stoffa che mi aveva regalato mia nonna.

Quella volta non stavo modificando un capo:
stavo partendo da zero.

Non sapevo nemmeno da dove iniziare.

Mia madre mi diede alcune riviste di cucito e mi disse:

“Scegli un modello, prendi le misure e ricalca il cartamodello. Poi lo cuciamo insieme.”

Ci volle quasi un mese.

Tagliare, cucire, scucire.
Per me fu un’impresa titanica.

Ma quando lo indossai provai qualcosa di indescrivibile.

Era mio.
Una mia creazione.

Il tessuto come linguaggio

Il dono di mia nonna accese una curiosità.

Che storia c’era dietro quei tessuti africani?

Perché alcune stoffe indicavano non solo che eri africana, ma anche da quale paese, città o comunità provenivi?

Ogni colore e ogni trama raccontano qualcosa.

Non rappresentano solo il gusto personale, ma anche il legame con le proprie radici.

Da questa consapevolezza nasce Izzy’s Choices.

Un brand che riflette la mia identità italo-nigeriana.

Non volevo creare qualcosa di “etnico” o folkloristico.

Volevo creare un brand contemporaneo e consapevole, con una propria identità.

Un brand dove le culture non entrano in conflitto ma dialogano.

Uno spazio per chi vive tra mondi diversi.

La risposta alla domanda

Alla fine la risposta è semplice.

Perché Africa + Italia?

Perché entrambe fanno parte di me.

Perché la bellezza nasce dalla complessità.

Io non scelgo tra Africa e Italia.

Le indosso entrambe.

Perché vestirsi è anche cultura.

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